Quando la stanchezza deve preoccupare
«Sono sempre stanco (o stanca)!». Lo diciamo di continuo, a volte anche più volte al giorno. E, se ci facciamo caso, potremmo anche preoccuparci un po’. In effetti, l’essere sempre stanchi è un segnale dell’organismo – ma un segnale aspecifico e generico che può essere dovuto a così tante condizioni da non poterle enumerare, patologiche o del tutto fisiologiche. D’altronde, capire la stanchezza è meno banale di quanto possa sembrare: in questo articolo cerchiamo allora di comprenderla un po’ meglio.
La stanchezza come segnale
Intanto, è bene capire cosa significhi sentirsi stanchi. La stanchezza è un sintomo soggettivo, e anche un segnale integrato dell’organismo, che fa il bilancio su energia disponibile, presenza di infiammazione o stress, qualità del sonno, stato muscolare e meccanismi di motivazione/ricompensa. Dal punto di vista fisiologico, in effetti, vale la pena distinguere nella generica terminologia di stanchezza almeno tre concetti:
- la sonnolenza, cioè la tendenza ad addormentarsi
- la debolezza, più legata alla forza muscolare
- e infine la vera e propria stanchezza.
Quest’ultima può essere descritta come un senso soggettivo di ridotta energia, maggiore costo percepito dello sforzo e/o calo della performance durante l’attività fisica o mentale. A entrare in gioco nella stanchezza c’è quindi sia una componente centrale, legata al sistema nervoso, sia una periferica, legata ai muscoli. Ecco perché si tratta di un segnale integrato.
Stanchezza fisiologica e stanchezza cronica
La stanchezza va poi distinta tra quella fisiologica, legata a un periodo appunto faticoso (fisicamente e/o mentalmente) e quella cronica. La prima è essenzialmente una risposta adattativa: il corpo “chiede” di rallentare in modo da poter recuperare le energie, riparare i tessuti, riequilibrarsi dal punto di vista neurochimico: è quindi anche una forma di stanchezza proporzionata allo sforzo che si è fatto e che migliora con il riposo.
La stanchezza cronica, invece, non si risolve con il riposo e finisce quindi per avere un impatto anche sulla vita quotidiana. E dura davvero a lungo: più precisamente, si distingue tra stanchezza persistente o subacuta quando dura da uno fino a sei mesi, e stanchezza cronica quando si protrae per oltre sei mesi.
Di fatto, la stanchezza cronica rappresenta punto di arrivo di meccanismi biologici diversi (metabolici, infiammatori, endocrini, neurologici o psicologici) che convergono nel cervello e nel muscolo modificando energia disponibile, neurochimica e percezione dello sforzo.
Parlare di possibili cause della stanchezza cronica significa quindi parlare di numero davvero vasto di condizioni, troppe per essere elencate. Infiammazioni e infezioni, alterazioni ormonali, patologie di diversa natura, uno stile di vita scorretto e poco equilibrato, deficit nutrizionali, sono solo alcune macro-categorie di possibili cause di una stanchezza eccessiva e che si protrae nel tempo.
Quando, allora, la stanchezza deve (davvero) preoccupare?
Sarebbe scorretto puntare il dito ad alcune cause di stanchezza cronica più di altre: implicherebbe tralasciare una vastità di possibili ragioni alla base di quel senso di affaticamento. Ciò che si può legittimamente ricordare, però, è che la stanchezza non deve essere trascurata. Questo sia quando è fisiologica (se il corpo ha bisogno di riposo, è importante darglielo per tutelare il proprio benessere), sia (e tanto più) quando cronica. Quando questa sensazione dura a lungo, non si risolve con il riposo e magari anzi va peggiorando con il tempo, può essere davvero importante confrontarsi con il/la proprio/a medico/a – come abbiamo detto, non perché necessariamente indice di una patologia maligna, ma perché può essere il segnale di una condizione da trattare, e che magari si può risolvere anche facilmente.
Capire quale possa essere la causa della stanchezza non è semplice, proprio perché sono svariate le condizioni che possono determinarla. È un sintomo aspecifico, che può essere difficile da interpretare anche per il/la medico/a, che dunque può richiedere alcuni esami di approfondimento (di solito si inizia con degli esami del sangue per avere un quadro complessivo dello stato di salute) e necessita di un’anamnesi accurata. Di certo è fondamentale non trascurare di riportare eventuali altri sintomi.
Ricordando, comunque, che la stanchezza non è un verdetto da temere, solo un segnale dell’organismo. A volte racconta un bisogno di recupero; altre volte segnala che qualche equilibrio interno si è spostato e merita attenzione: la differenza è nella sua persistenza, nella sproporzione rispetto allo sforzo e nella presenza di altri segnali associati. Ascoltarla in modo lucido, quindi senza allarmismi ma nemmeno senza superficialità, è il primo passo per trasformare un sintomo aspecifico in un’occasione di consapevolezza e cura.