Hantavirus: cos’è, come si contrae e altre cose da sapere
A partire da una nave da crociera è arrivata sulle pagine di tutti i giornali nazionali e internazionali: l’infezione da hantavirus sta sollevando dubbi e timori in moltissime persone. Soprattutto, solleva la necessità di chiarezza: su cosa siano questi virus e come si trasmettono, certo, ma anche su cosa sappiamo e cosa no, e su quanto si riesca a dare risposta internazionale all’emergere delle infezioni.
Insomma, la “questione hantavirus” non può essere liquidata in poche parole, come una faccenda semplice, perché in realtà porta con sé diverse riflessioni, a vari livelli e sotto vari aspetti. Qui iniziamo a cercare di mettere ordine tra alcuni punti chiave.
Cos’è hantavirus: una breve sintesi
Gli hantavirus sono una famiglia di virus zoonotici, cioè che si trasmettono all’essere umano da specie differenti dalla nostra. Sono noti ormai da diversi anni, perché i primi sono stati isolati intorno al 1970, e man mano, nel tempo, ne sono stati riconosciuti diversi tipi, differenti tra loro per vari aspetti, tra cui il tipo di specie serbatoio preferita. Per quanto riguarda quest’ultima, comunque, si può dire che si tratta di roditori come ratti, topi e arvicole di varie specie.
Tra gli hantavirus descritti nel corso degli anni spiccano quelli responsabili di due patologie che possono interessare l’essere umano:
- la febbre emorragica con sindrome renale (Haemorrhagic Fever with Renal Syndrome, HFRS), in genere con sintomi più lievi e riscontrata in Asia ed Europa;
- la sindrome polmonare da hantavirus, riscontrata nel continente americano, più rara ma con una mortalità maggiore (fino al 50% dei casi).
Esiste una cura per hantavirus?
Per queste infezioni non esiste oggi una terapia specifica (il trattamento è di supporto e sintomatologico), né abbiamo un vaccino in grado di prevenire l’infezione. Però, appunto, questi sono virus noti da tempo: e infatti la ricerca per un vaccino è in realtà in corso da anni, tanto da lasciar ipotizzare da più parti che la vaccinazione possa presto essere disponibile.
Come si contrae l’infezione da hantavirus
Gli hantavirus vivono nei roditori: come possono allora trasmettersi all’essere umano?
La trasmissione avviene quando si entra in contatto con del materiale infetto, inalando (o toccando direttamente) particelle contenenti il virus. Se i roditori sono infetti, le loro escrezioni (saliva, feci, urina), o i materiali con cui hanno interagito (per esempio nei loro rifugi) possono infatti contenere hantavirus. Per questo il rischio di esposizione è maggiore in contesti, soprattutto rurali, dove sono presenti roditori, per esempio pulendo ambienti dove vivono questi animali o con attività all’aria aperta (attività ricreative, giardinaggio, agricoltura, eccetera).
Un aspetto importante da evidenziare, però, è che in casi più rari è stata documentata anche la trasmissione da una persona all’altra. È quanto avvenuto anche nell’epidemia che in questi giorni ha portato hantavirus all’attenzione mediatica. Va però precisato che, per quanto sappiamo, questa trasmissione è possibile per un unico ceppo di hantavirus, denominato Andes (è infatti diffuso soprattutto in Cile e Argentina), e con un contatto diretto e prolungato con la persona infetta.
I casi di infezione da hantavirus a livello globale sono considerati limitati: l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che, in tutto il mondo, se ne possano verificare fino a 100.000 all’anno, soprattutto in Asia ed Europa, dove predomina la HFSR da hantavirus. Sono molto più rari i casi di sindrome polmonare nel continente americano (meno di 1.000 l’anno per gli Stati Uniti e pochi casi per alcuni Stati del Sudamerica). In Italia non si sono mai registrati casi, nel senso che le persone diagnosticate nel nostro Paese finora si sono infettate altrove.
I sintomi dell’infezione da hantavirus
Sebbene globalmente poco frequente, l’infezione da hantavirus ha una mortalità non trascurabile. Nel caso dell’HFSR, si stima che il tasso di letalità (la proporzione di persone affette dalla malattia che muoiono a causa di essa in un certo periodo, da distinguere dalla mortalità che invece è riferita alla popolazione) sia dell’1-15%. Per la sindrome polmonare da hantavirus, il tasso può salire fino al 50%.
Un aspetto potenzialmente ingannevole è che i sintomi iniziali di queste condizioni sembrano quelli di una comune influenza: febbre, mal di testa, mialgia e sintomi gastrointestinali come vomito e diarrea. La progressione è però diversa e distinta nelle due malattie. Nell’HFSR vengono infatti interessati i reni e i vasi sanguigni, con possibili conseguenze quali ipotensione, emorragie e insufficienza renale. Nella sindrome polmonare la progressione è rapida, con interessamento di cuore e polmoni e conseguenze quali dispnea (difficoltà respiratorie), tosse, insufficienza respiratoria.
I tempi di incubazione di hantavirus
È anche importante evidenziare che il tempo di incubazione dell’infezione da hantavirus può essere piuttosto lungo: come riporta l’Istituto Superiore di Sanità, i sintomi possono infatti manifestarsi da 1 a 4 settimane circa dopo l’infezione, e fino a 8 settimane dopo l’esposizione al virus.
Hantavirus: panico no, attenzione sì
Anche se le valutazioni che si possono e devono fare in termini di sanità pubblica per quanto riguarda non solo le infezioni da hantavirus ma più in generale le zoonosi sono molte e complesse, vale la pena chiudere questa prima breve panoramica con almeno un paio di esse.
Innanzitutto, oggi la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che l’attuale epidemia da hantavirus, quella partita a bordo della nave MV Hondius, presenti probabilità molto basse, per la situazione odierna, di riportarci a un quadro come quello della pandemia di COVID-19. Questo non significa che non meriti attenzione – e infatti la risposta internazionale è stata molto rapida. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta monitorando attentamente la situazione, così come l’ECDC, il Centro UE per il Controllo delle Malattie Infettive, mentre si stanno rintracciando e monitorando tutte le persone che possono essere entrate in contatto con chi si è infettato (in particolare con voli e viaggi in nave).
L’altro aspetto su cui può essere importante spendere qualche parola in più riguarda in modo generale le zoonosi. Cambiamenti climatici e alterazione degli ecosistemi, uniti alla maggior frequenza e velocità degli spostamenti umani in ogni area del globo, sono infatti tutti elementi significativi e che, come è ormai dimostrato, facilitano la trasmissione dei patogeni. Anche in questo caso, si tratta di fattori complessi, così come complesse sono le opzioni di intervento: ma non possiamo non farci i conti in un’ottica di tutela della sanità pubblica, di oggi e di domani.