Cosa significa dire che l’obesità è una malattia cronica?

2026-03-02
Cosa significa dire che l’obesità è una malattia cronica?

È così che l’Organizzazione mondiale della sanità definisce l’obesità, confermando quanto nel mondo medico è ormai noto da tempo: questa è a tutti gli effetti una patologia. Non un semplice mangiare troppo e muoversi troppo poco, non una mancanza di forza di volontà, non una questione di cattive abitudini alimentari. Una patologia, peraltro complessa.

A livello normativo, però, la questione è un po’ diversa. Solo di recente, nell’ottobre 2025, l’Italia ha riconosciuto l’obesità come una patologia «progressiva e recidivante» – ponendosi in effetti come primo Paese al mondo ad approvare una legge quadro nazionale che la riconosca formalmente come tale. È stato un passo avanti enorme, che per la prima volta riesce a riflettere la realtà clinica dell’obesità. E che, nonostante le oggettive difficoltà di implementazione nella pratica, permette di iniziare in modo concreto un percorso verso un cambio di paradigma medico e sociale, e politiche sanitarie strutturate nella gestione dell’obesità.

Ma cosa si intende esattamente dicendo che l’obesità è una malattia cronica, progressiva e recidivante? 

Perché l’obesità è considerata una malattia (e di che tipo)

Se lo stigma associato all’obesità tende a ridurla al mero «mangiare più di quanto l’organismo consuma, quindi aumentando il tessuto adiposo», per pigrizia e mancanza di forza di volontà, la ricerca ha ormai da tempo chiarito che la questione non è affatto così semplice. La letteratura scientifica documenta chiaramente come l’obesità sia regolata da meccanismi neuroendocrini e di controllo dell’appetito, e inoltre influenzata da genetica, ambiente, comportamenti alimentari e sistemi sociali. Per fare solo alcuni esempi pratici, seppur semplici, oggi sono note molte varianti genetiche che aumentano l’appetito e predispongono all’aumento di peso; ancora, sappiamo che per esempio lo stress cronico attiva in modo persistente l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con aumento del cortisolo, con effetti ben documentati su appetito, deposito di grasso e circuiti cerebrali.

Nulla di meno semplice del «mangiare troppo», insomma. A questo quadro si unisce un ulteriore fattore, e cioè che l’obesità è associata a complicanze metaboliche e fisiologiche gravi: per citarne solo alcune, aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, diabete e alcune forme di tumore (come quello del colon-retto).

Ecco perché l’obesità è considerata una malattia, e di tipo multifattoriale, cioè nella quale entrano in gioco diversi elementi. Ancora più precisamente, recenti commissioni internazionali l’hanno definita una malattia «sistemica cronica, con alterazioni funzionali degli organi colpiti dall’accumulo adiposo». In altre parole, una malattia che persiste nel tempo (e per la quale non è dunque sufficiente un breve trattamento) e che coinvolge tutto l’organismo.

Cosa dice la nuova legge sull’obesità?

La legge che in Italia ha permesso di riconoscere formalmente l’obesità come patologia è la 149/2025, detta anche Legge Pella (dal nome del primo firmatario). Peraltro, questa legge esplicita anche i termini «recidivante», a sottolineare quello che è un altro rischio concreto dell’obesità, che infatti può presentare ricadute, e «progressiva», perché se non trattata tende a peggiorare con il tempo.

L’obesità riconosciuta come malattia: cosa cambia

A cambiare con questa legge ci sono aspetti sia culturali sia clinici. Da una parte, infatti, in questo modo la normativa si allinea a quanto già riconosciuto dalla medicina, rinforzando la lotta allo stigma che purtroppo tutt’oggi circonda l’obesità e la considera una responsabilità personale invece che una malattia.

Da un punto di vista più pragmatico e clinico, la legge prevede l’inserimento dell’obesità nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA): prestazioni di prevenzione, diagnosi e cura diventano garantite dal Servizio Sanitario Nazionale. Inoltre, prevede l’istituzione di un programma nazionale per la prevenzione e cura dell’obesità, stabilendone uno stanziamento finanziario, con diverse iniziative: dalla promozione delle attività sportive alle campagne informative, dall’agevolazione dell’inserimento delle persone con obesità in attività scolastiche, lavorative e ricreativo-sportive alla formazione e all’aggiornamento di medici e studenti. Ancora, istituisce un Osservatorio Nazionale sull’Obesità che, oltre a contribuire al programma nazionale di prevenzione e cura, si occupa dei dati epidemiologici e diagnostico-terapeutici (un elemento imprescindibile per capire come evolvono incidenza e gestione della patologia a livello nazionale).

 

Certo, come già è stato fatto notare da molte realtà in ottobre, alla pubblicazione della legge, mettere in atto quanto previsto non sarà immediato né facile, e si dovranno tenere in considerazione eventuali divari regionali nell’erogare prestazioni e servizi. Anche l’impegno economico può rappresentare una sfida, perché l’obesità è purtroppo molto diffusa e in continua crescita. 

Per quanto riguarda gli aspetti culturali, oltretutto, non possiamo aspettarci che lo stigma cada facilmente. Perché la sfida non è solo organizzare servizi e finanziamenti, ma cambiare lo sguardo, passando dalla semplificazione alla complessità: solo allora il riconoscimento formale potrà tradursi in un cambiamento reale. 

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