Cosa fare in caso di intossicazione alimentare?
Un alimento “guasto”, dell’acqua contaminata, e poi l’intossicazione alimentare. A livello globale, le gastroenteriti dovute a batteri, virus o parassiti introdotti con l’alimentazione hanno un peso significativo. Le intossicazioni alimentari (usiamo il termine in senso generale per indicare non solo strettamente le intossicazioni ma anche le infezioni e le tossinfezioni) sono frequenti anche in Europa: per esempio, secondo i dati più recenti disponibili, nel 2024 si sono registrati quasi 170.000 casi di campilobatteriosi, un’infezione alimentare dovuta a batteri del genere Campylobacter, circa 80.000 di salmonellosi e oltre 11.000 di infezioni da Escherichia coli (in particolare un tipo particolare che produce tossine potenti)… La lista potrebbe continuare, perché sono molti i patogeni che possono infettare bevande e alimenti e, se ingeriti, anche il nostro apparato digerente. In alcuni casi, come quello del botulismo, il problema non è strettamente legato alla presenza dei batteri quanto alle tossine che producono.
Le intossicazioni alimentari sono spesso percepite come disturbi banali. Ed è innegabile che quasi tutti noi, una volta o l’altra, siamo incappati in questo spiacevole genere di esperienza senza grosse conseguenze. Tuttavia, è importante ricordare che dal punto di vista clinico ed epidemiologico possono rappresentare un problema di salute pubblica significativo: le intossicazioni alimentari possono infatti evolvere in forme gravi, con disidratazione importante, richiedere ricovero ospedaliero e, nei casi più gravi, causare complicanze neurologiche, renali o sistemiche. Insomma, non sono condizioni da trascurare, soprattutto per le persone più vulnerabili: bambini piccoli, persone anziane o con altre patologie, donne in gravidanza.
Questo è un aspetto che non si può trascurare quando si parla di intossicazioni alimentari. In linea generale e in assenza di particolari fattori di rischio, comunque, è vero che la maggior parte di esse si risolve spontaneamente in qualche giorno. Ma cosa fare per gestirla al meglio?
Partiamo dai sintomi dell’intossicazione alimentare
Prima parte della risposta è: riconoscere l’intossicazione alimentare. Quindi, innanzitutto, rivolgersi al/la proprio/a medico/a, che si informa su cosa e quando è stato ingerito, conduce una valutazione clinica e raccoglie le informazioni su segni e sintomi. Questi possono variare in base al patogeno (o alla sua tossina) ingerita, ma i più comuni comprendono nausea, vomito, diarrea, crampi o dolore addominale, febbre, malessere e debolezza. Un aspetto che può essere utile valutare è anche la rapidità della loro comparsa, perché di solito le intossicazioni alimentari si manifestano nell’arco di qualche ora o al massimo di qualche giorno dopo il pasto contaminato.
Un’eccezione importante è quella del botulismo, una patologia che interessa il sistema nervoso e che, a differenza della maggior parte delle altre intossicazioni alimentari, non è dovuta strettamente alla presenza del batterio quanto alla tossina che produce. In questo caso i sintomi si manifestano in genere tra le 12 e le 72 ore dall’ingestione dell’alimento contaminato (ma i tempi possono variare) e comprendono, oltre a vomito e nausea, anche manifestazioni come per esempio dilatazione delle pupille, difficoltà respiratorie, visione alterata e soprattutto, al progredire della condizione, una paralisi discendente (cioè che inizia dai muscoli di testa e collo e man mano raggiunge quelli degli arti inferiori).
Un aspetto che vale la pena ricordare è che può essere utile, quando possibile, conservare eventuali avanzi, confezioni, etichette, scontrini o foto del cibo sospetto: possono servire al/la medico/a o alle autorità sanitarie ed essere molto utili per capire che cosa ha causato l’intossicazione, confermare la diagnosi e prevenire altri casi.
Cosa fare allora in caso di intossicazione alimentare: rimedi e cosa prendere
Uno dei rischi principali delle gastroenteriti causate dalle intossicazioni alimentari è la disidratazione: vomito e diarrea comportano un’ingente perdita di liquidi, senza contare che con la nausea diventa difficile non solo mangiare ma anche bere. Per questa ragione, una delle cose più importanti da fare in caso di intossicazione alimentare è proprio prevenire la disidratazione, cercando di bere spesso a piccoli sorsi. Cosa? Acqua, un brodo leggero, magari soluzioni reidratanti.
Un altro aspetto importante è riposare – e far riposare l’apparato digerente, cioè evitare di sovraccaricarlo. Meglio quindi ridurre i cibi solidi nella fase acuta dell’intossicazione, e poi pian piano riprendere a mangiare ma scegliendo cibi di facile digestione, come riso in bianco, banana, patate e pane. E gradualmente iniziare a reintrodurre anche gli altri, per esempio carni magre e yogurt. Da evitare invece fino a piena ripresa alimenti complessi e “pesanti”, come i cibi fritti.
Venendo agli aspetti più strettamente medici, l’indicazione più importante è non prendere antibiotici di propria iniziativa. Sarà il/la medico/a a valutare la situazione ed eventualmente raccomandarli, indicando anche le dosi e i tempi di trattamento necessari. Ed è importante anche seguire queste ultime indicazioni: un uso scorretto degli antibiotici può rendere il trattamento inefficace, favorire ricadute e contribuire allo sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici. Sempre su indicazione medica, possono poi essere raccomandati farmaci antiemetici per ridurre la nausea e il vomito.
Rivolgersi al/la medico/a è sempre una buona norma, ma diventa particolarmente importante per le categorie a rischio (neonati e bambini piccoli, anziani, gravidanza, persone con malattie croniche o immunodepresse).
Intossicazione alimentare: quando andare in ospedale?
Anche se nella maggior parte dei casi le intossicazioni alimentari si possono risolvere a casa, è bene prestare attenzione a segnali che indicano una situazione particolarmente grave, per la quale può essere necessario un ricovero in ospedale. Le situazioni possono variare da una persona all’altra, ma in linea generale può servire un’assistenza tempestiva in presenza di
- poca o nessuna urina, bocca molto secca, sete intensa, capogiri, confusione, sonnolenza marcata, battito accelerato, che possono indicare una disidratazione grave
- sintomi e segni gastrointestinali gravi, come sangue nelle feci, diarrea per più di 3 giorni, vomito continuo che impedisce di trattenere liquidi, dolore addominale forte o localizzato, pancia rigida, febbre alta
- alterazioni della vista (per esempio visione doppia o offuscata), palpebre cadenti, difficoltà a parlare, deglutire o respirare, debolezza progressiva, paralisi, confusione, convulsioni, che possono indicare botulismo o un’intossicazione da funghi.
Quanto dura un’intossicazione alimentare?
Le intossicazioni alimentari, anche quando lievi, non sono esperienze precisamente piacevoli. Nella maggior parte dei casi, comunque, si risolvono in tempi piuttosto brevi, anche se variabili a seconda della causa, della quantità di alimento contaminato ingerita e delle condizioni di salute della persona. Per esempio, nelle infezioni gastrointestinali di origine virale (come quelle del diffuso norovirus), i sintomi migliorano in genere in modo significativo nell’arco di 24-72 ore. Quelle batteriche possono durare più a lungo, e diarrea e dolori addominali possono protrarsi fino a una settimana circa. E poi ci sono le forme più gravi, come la listeriosi e il botulismo, che hanno decorso e tempi di recupero molto più lunghi e possono richiedere ricovero ospedaliero e trattamenti specifici.
In conclusione, due parole sulla prevenzione
Chiudiamo parlando di prevenzione, perché la sicurezza alimentare non dipende solo dalla qualità del cibo che scegliamo, ma anche dal modo in cui lo prepariamo e lo conserviamo; e anche piccoli gesti quotidiani (dalla corretta conservazione degli alimenti all’attenzione per l’igiene in cucina) restano strumenti fondamentali di prevenzione. Terminiamo quindi con cinque punti chiave per una buona prevenzione:
- lavare accuratamente le mani, gli utensili e le superfici che entrano in contatto con il cibo, soprattutto dopo aver manipolato carne, pesce o uova crude
- conservare gli alimenti nel modo corretto, alla giusta temperatura, evitando di lasciare cibi deperibili fuori dal frigorifero troppo a lungo e rispettando la catena del freddo
- cuocere bene carne, pesce, uova e altri alimenti potenzialmente a rischio, perché molte contaminazioni vengono eliminate solo con temperature adeguate
- separare alimenti crudi e cotti e utilizzando taglieri o utensili diversi quando possibile, per evitare contaminazioni crociate
- prestare attenzione a conserve casalinghe, alimenti scaduti o con confezioni danneggiate, e consumare acqua e cibi provenienti da fonti sicure.