Persone LGBTQIA+ e salute mentale: il peso della discriminazione
Per depressione, disturbi d’ansia e molti altri disturbi mentali, la letteratura scientifica è molto chiara: il rischio è maggiore tra le persone LGBTQIA+. È molto chiara anche su un altro aspetto: non è l’identità o l’orientamento sessuale in sé a creare un rischio. Sono discriminazione, stigma, rifiuto familiare, bullismo, barriere di accesso ai servizi a rappresentare il vero pericolo per la salute mentale delle persone LGBTQIA+, creando uno stress cronico che le teorie psicologiche definiscono minority stress.
Cos’è il minority stress e qual è il legame con la salute mentale
Il minority stress è un modello teorico introdotto ormai oltre vent’anni fa, nel 2003, per spiegare le disuguaglianze di salute che si osservano in alcuni gruppi di minoranze, tra cui appunto le persone LGBTQIA+. Vi entrano in gioco fattori sociali, psicologici e strutturali, ed è alla base di uno stress cronico che si distingue da quello “generale”, che ogni persona può sperimentare nel corso della sua vita, perché ha alla base lo stigma e il pregiudizio. In breve, è uno stress che nasce da esperienze continue, a volte quotidiane, frutto della discriminazione e a seconda dei casi anche della violenza che le persone LGBTQIA+ si trovano a dover affrontare giorno per giorno, anno per anno. E che possono essere interiorizzate, portando a difficoltà nella regolazione emotiva, nei rapporti sociali, anche nei processi cognitivi.
Sebbene non del tutto esente da limiti, la teoria del minority stress fornisce tutt’oggi una cornice utile per capire come e dove mettere in atto strategie di tutela del benessere delle persone LGBTQIA+. Anche perché, nonostante dalla nascita dei primi movimenti per i diritti delle persone LGBT a oggi molti aspetti anche socio-politici siano migliorati, discriminazione e stigma non sono scomparsi.
Il maggior rischio di disturbi mentali per le persone LGBTQIA+
Secondo una review sistematica pubblicata a fine 2025 che ha analizzato oltre 120 studi condotti in 31 Paesi, per le persone LGBTQIA+ il rischio di disturbi dell’umore (come la depressione e il disturbo bipolare) e disturbi d’ansia è significativamente maggiore che per la popolazione generale. Più precisamente, il gruppo di ricerca stima che il tasso di prevalenza medie sia tra le 8 e le 11 volte superiore, indipendentemente dal continente considerato; ci sono poi differenze più specifiche se si guarda alle singole aree geografiche considerate, ma bisogna tenere in considerazione anche le forti differenze nella disponibilità e qualità degli studi (che per esempio sono scarsi per aree come l’Africa e il Sudamerica). Lo stesso gruppo di ricerca conclude in modo molto chiaro che «Poiché le esperienze di omofobia, eteronormatività, rifiuto da parte di familiari e amici, discriminazione e vittimizzazione legate allo status LGBTIQ+ sono così comuni, tassi più elevati di disturbi depressivi (35,5% contro 3,8%), bipolari (5,6% contro 0,5%) e d’ansia (34,3% contro 4,1%) non sono inaspettati».
Né d’altronde questo è l’unico lavoro a evidenziare differenze così significative. Anche se l’attenzione nei confronti della salute mentale delle persone LGBTQIA+ è cresciuta solo in tempi relativamente recenti, varie altre ricerche, anche focalizzate sulla sola Europa, hanno evidenziato un rischio aumentato per alcuni disturbi mentali.
Persone LGBTQIA+ e salute mentale: non solo ansia e depressione
È sempre importante ricordare che i disturbi mentali non sono condizioni fisiologiche e transitorie, risolvibili con la sola forza di volontà, né tantomeno prive di conseguenze. Sono condizioni cliniche reali, con un peso significativo sul benessere delle persone; influenzano la capacità di portare avanti le proprie attività quotidiane e professionali, mantenere i rapporti sociali e affettivi, e possono avere un impatto diretto sulla salute fisica. Quest’ultimo diventa particolarmente evidente se si considerano disturbi come quelli da uso di sostanze o i disturbi del comportamento alimentare – per entrambi i quali, in effetti, è di nuovo documentato un maggior rischio per le persone LGBTQIA+. Ma anche in linea più generale, se si considera il maggior rischio di suicidio che molti disturbi mentali porta con sé.
Il quadro che emerge quando si parla di salute mentale per le persone LGBTQIA+ è quindi insieme chiaro e complesso. Da una parte è da tenere in considerazione che gli studi non sono distribuiti in modo uniforme per le diverse aree geografiche; dall’altra che i disturbi mentali sono molti e molto diversi tra loro, e per ciascuno vi possono essere differenze di rischio. E ancora, che la comunità LGBTQIA+ riunisce identità e orientamenti tra loro differenti. Non a caso comprende il segno +, che serve a includere identità, orientamenti ed esperienze che non compaiono esplicitamente nelle lettere della sigla. Per ciascuna di queste identità, per ciascuno di questi orientamenti, vi possono essere differenze di rischio, non sempre facili da stimare.
Un rischio non solo da descrivere, ma anche da ridurre
Un elemento comunque fondamentale della letteratura scientifica dedicata alla salute mentale delle persone LGBTQIA+ è che non solo mette in luce le diseguaglianze rispetto alla popolazione generale, ma analizza i fattori che vi contribuiscono. E così facendo aiuta anche in modo concreto a cercare di ridurle.
Per esempio, gli studi suggeriscono che il supporto familiare rappresenti un fattore protettivo forte; sono anche robusti i dati che collegano l’inclusività scolastica e la riduzione del bullismo a meno depressione, assenze scolastiche, rischio di suicidio e isolamento sociale. Sono risultati che confermano anche il ruolo del minority stress nei disturbi mentali: un contesto in cui una persona non si sente costantemente minacciata o rifiutata è un contesto che tutela la salute mentale. Più in generale, ciò che emerge è che il contesto sociale conta, anche per quanto riguarda gli aspetti legislativi e sanitari: riconoscimento, politiche anti-discriminatorie, sicurezza, rappresentazioni positive, servizi sanitari affirming (cioè competenti e rispettosi dell’identità della persona)… L’elenco potrebbe continuare, ma questi sono tutti elementi che emergono per la loro capacità di creare un ambiente in grado di tutelare la salute mentale delle persone LGBTQIA+. In quest’ottica, un ruolo importante lo hanno i gruppi peer-to-peer, le reti e le associazioni LGBTQIA+, che possono fornire spazi sicuri e un senso di appartenenza (oltre che, a seconda dei casi, un supporto pratico) che contrastano con l’isolamento, lo stigma interiorizzato e più in generale con il minority stress.
Insomma, ora la domanda deve cambiare – anzi, sta già cambiando. Non dobbiamo più chiederci perché i disturbi mentali sono più frequenti nelle persone LGBTQIA+, ma semmai: quali condizioni sociali possono proteggere la salute mentale delle persone LGBTQIA+?