Quando assumere vitamina D… e quando no

2026-03-05
Quando assumere vitamina D… e quando no

Vitamine, proteine, enzimi, sali minerali, grassi omega e chi più ne ha più ne metta: quello degli integratori è un mercato molto fiorente. Sui media e sui social abbondano le pubblicità che ci invitano all’uso di questo o di quell’integratore per aumentare la massa muscolare, migliorare l’aspetto di pelle, capelli e unghie, per avere più energia o, in generale, per un maggior benessere. 

Ma, dal punto di vista medico, gli integratori non sono sempre efficaci né sempre necessari. Anzi, in alcuni casi possono anche avere effetti dannosi. Fare una panoramica generale è molto difficile, perché le considerazioni da fare per ciascuno possono essere complesse. Oggi parliamo quindi di un integratore in particolare, quello della vitamina D.

All’inizio della primavera, gli integratori di vitamina D tendono a guadagnare spazio tra spot e vetrine, complici i raffreddori (che permettono di ricordare il suo ruolo nel sistema immunitario) e l’arrivo di giornate più soleggiate, che richiamano al ruolo della luce per l’attivazione della vitamina. Ma quando è davvero necessaria l’integrazione di vitamina D e quando invece si rischia di cadere nel puro marketing?

Intanto, cos’è e a cosa serve la vitamina D

Per rispondere bisogna intanto delineare un quadro, anche se sintetico, delle funzioni della vitamina D. Si tratta di una vitamina liposolubile, cioè che il nostro organismo immagazzina del tessuto adiposo e nel fegato. È un aspetto importante da considerare, perché implica che, a differenza delle vitamine idrosolubili (come la C e quelle del gruppo B), per le quali un eventuale eccesso può essere smaltito con l’urina, per la vitamina D non vi sia un meccanismo per lo smaltimento rapido. Può invece accumularsi e, se i livelli sono eccessivi, possono anche essere tossici. Situazione che, pur rara, è documentata da alcuni studi, che riportano casi di ipercalcemia e danno renale dovuto proprio a un eccesso di vitamina D riconducibile all’uso scorretto di integratori.

Questo non significa ovviamente che la vitamina D sia pericolosa a prescindere. Anzi, ha diversi ruoli fondamentali. Uno dei più noti è quello legato alla salute di ossa e denti, ruolo che svolge indirettamente permettendo l’assorbimento a livello intestinale di calcio e fosforo, essenziali per la mineralizzazione delle ossa. Anche se importante nel corso di tutta la vita, la vitamina D è particolarmente necessaria nei primi anni di vita, quando lo scheletro è in pieno sviluppo ed eventuali carenze possono portare a rachitismo.

Né l’importanza della vitamina D si limita alla salute delle ossa. Infatti agisce anche sul mantenimento della massa muscolare e modula il sistema immunitario, e infatti una sua carenza può essere associata a maggior suscettibilità a infezioni (soprattutto respiratorie) e a una risposta immunitaria meno efficace. Allo stesso tempo, limita le risposte infiammatorie eccessive: agisce quindi aiutando il sistema immunitario a funzionare in modo equilibrato.

In generale, nel tempo sono stati studiati anche altri possibili effetti della vitamina D in termini di prevenzione di varie condizioni, dai tumori al diabete, dalle infezioni alla depressione. Ma al riguardo le prove rimangono troppo spesso contrastanti e insufficienti.

Quando può essere raccomandata l’integrazione di vitamina D

Che la vitamina D abbia funzioni così preziose per l’organismo non significa che sia sempre di beneficio o utile cercare di aumentarne l’assunzione con gli integratori. Tutte le principali linee guida mediche al riguardo, come quelle dell’Endocrine Society e del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) del Regno Unito, sono molto chiare: gli integratori di vitamina D non hanno dimostrato benefici preventivi clinicamente rilevanti per le persone sane e senza carenze di questa molecole; ne hanno invece in specifiche condizioni di rischio o con carenza accertata. Insomma, no all’integrazione di vitamina D universale; sì all’integrazione se vi è un’indicazione clinica.

Infatti l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) ha emesso una nota che specifica in modo molto chiaro quando possono essere prescritti farmaci a base di vitamina D. Per esempio, la prescrizione è prevista in presenza di osteoporosi (quando non è possibile somministrare una terapia remineralizzante), quando vi è una carenza di vitamina D, nelle donne in gravidanza e allattamento, e in persone con gravi deficit motori/allettate. Vale la pena precisare che questa nota stabilisce quando la vitamina D può essere prescritta come farmaco a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Gli integratori, invece, sono prodotti alimentari venduti senza ricetta: non hanno indicazioni terapeutiche e la loro disponibilità non implica che l’assunzione sia sempre necessaria o priva di rischi.

Quando assumere la vitamina D: prima o dopo i pasti?

Dal punto di vista pratico, infine, la vitamina D andrebbe assunta durante o subito dopo un pasto, meglio se contenente grassi, che ne favoriscono l’assorbimento. Importante, comunque, è ricordare che non va assunta in modo indiscriminato insieme ad altri integratori ad alto dosaggio e come sempre dopo confronto con il/la medico/a in caso si stiano seguendo terapie specifiche.

 

Assicurarsi la vitamina D, senza integratori

E per chi teme carenze nutrizionali? È vero, assicurarsi adeguati livelli di vitamina D è importante: oltre al già citato rischio di rachitismo per i bambini in crescita, la carenza di questa vitamina può determinare perdita di massa ossea, maggior rischio di fratture soprattutto nelle persone anziane, debolezza muscolare. I sintomi sono in genere aspecifici: stanchezza e debolezza, dolori muscolari e articolari, a volte manifestazioni neurologiche come difficoltà cognitive.

L’Istituto superiore di sanità, comunque, sconsiglia gli screening nella popolazione generale,  in assenza di sintomi e condizioni specifiche, per valutare i livelli di vitamina D. Infatti possiamo garantirci un sufficiente apporto di questa vitamina con due soli, semplici ma fondamentali elementi: un’alimentazione equilibrata e una sufficiente esposizione al Sole. Infatti, una certa porzione della vitamina D necessari al nostro fabbisogno (il 10-20% circa) è introdotta con l’alimentazione; ne sono ricchi, in particolare, alcuni pesci (come sgombro, aringa e salmone), il fegato e il tuorlo d’uovo, senza contare gli alimenti in cui la vitamina D viene addizionata (è il caso per esempio di alcuni cereali per la prima colazione o bevande vegetali).

 

Tutto il resto della vitamina D che ci serve è prodotta direttamente dal nostro organismo a partire da una molecola chiamata 7-deidrocolesterolo. Infatti, se esposto ai raggi UV, è trasformato in vitamina D3 o colecalciferolo, una forma inattiva che viene poi trasformata in vitamina D attiva attraverso due passaggi successivi nel fegato e nei reni. Ecco perché, per assicurarsi livelli sufficienti di vitamina D, è importante soprattutto passare tempo all’aria aperta – senza comunque dimenticare un’adeguata protezione solare per tutelare la pelle dai rischi dell’esposizione ai raggi UV, in primis quello di melanoma: gli studi infatti confermano che il loro uso non determina un rischio di carenza di vitamina D… ma assicurano un enorme beneficio in termini di prevenzione.

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