Parliamo di regolazione emotiva

2026-03-03
Parliamo di regolazione emotiva

Felicità, rabbia, paura, eccitazione, tristezza e ogni altra emozione, positiva o negativa, rendono la nostra vita ricca. Sono fondamentali, perché ci permettono di valutare e rispondere a ciò che ci succede. Senza contare che sono una base essenziale della vita sociale, un mezzo per rinforzare i legami con gli altri, comunicare i propri stati interni, anche coordinare un gruppo.

Le emozioni possono sembrare qualcosa che viviamo in modo inevitabile e passivo: avviene qualcosa di negativo e non possiamo far altro che sentirci molto tristi o arrabbiati, per esempio.

Non è così: possiamo influenzare le emozioni. In altre parole, possiamo cambiarle, modularne l’intensità o l’espressione, e perfino aumentare o ridurre la probabilità che si presentino determinate emozioni. Abbiamo insomma un ruolo molto attivo nei confronti delle emozioni, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. È quella che in psicologia si chiama regolazione emotiva: in questo articolo esploriamo il concetto, cercando di capire il suo ruolo nel nostro benessere. 

Cos’è la regolazione emotiva e a cosa serve

Di fatto, la regolazione emotiva è costituita da un insieme di processi che ci permettono di vivere e usare le nostre emozioni. È quindi ben distante dall’idea di reprimerle – anzi, è l’esatto contrario. Senza entrare in dettagli tecnici, un modello molto usato per descrivere la regolazione emotiva è detto Process Model, proposto dallo psicologo James Gross verso la fine degli anni Novanta. 

Nel tempo ne sono state proposte anche versioni più estese, ma in buona sostanza secondo il Process Model possiamo intervenire in diversi momenti della sequenza che porta a un’emozione.

Per esempio, possiamo scegliere la situazione: evitare una discussione quando siamo già stanchi o nervosi, oppure decidere di fare qualcosa che sappiamo farci stare bene, scegliendo anche quando, come e con chi farla. Possiamo modificare una situazione in cui ci troviamo già, per esempio suggerendo una pausa durante una lite. E possiamo fare quello che in psicologia è detto attentional deployment, cioè spostare l’attenzione per non alimentare un’emozione (come facciamo quando, per non alimentare una paura o un’ansia, cerchiamo di pensare ad altro o concentrarci su elementi neutri). Ancora, abbiamo la possibilità di modificare il modo in cui interpretiamo una situazione: invece di arrabbiarci o preoccuparci, per esempio, perché un amico non risponde al telefono, possiamo rileggere la mancata risposta in un’ottica più serena (“dev’essere impegnato”).

Attenzione, non significa dirsi che va sempre tutto bene ma semplicemente aprirsi ad altre interpretazioni possibili di una situazione, che modifica un’emozione prima che diventi travolgente, un meccanismo detto cambiamento cognitivo o reappraisal. Infine, possiamo modulare la nostra risposta emotiva, cioè decidere come vogliamo vivere ed esprimere quell’emozione. Lo possiamo fare fisicamente (per esempio prendendo un bel respiro profondo per calmarci), dal punto di vista del comportamento e anche dell’espressione.

Strategie di regolazione emotiva: questione di flessibilità

La regolazione emotiva non è una strategia buona o cattiva in assoluto, perché funziona se è adatta al contesto, ai propri obiettivi, e anche in base al peso, o meglio al costo, del metterla in atto. È dinamica ed è influenzata anche da fattori esterni, che modulano anche il quanto bene e quanto spesso riusciamo a metterla in atto.

Insomma, è una competenza e, come tutte le competenze, è in gran parte appresa, cioè si costruisce durante il nostro sviluppo. Poggia, tuttavia, su basi neurobiologiche che coinvolgono vari sistemi cerebrali, tra cui quelli emotivi di base (che ci fanno provare emozioni come la paura o il piacere), influenzano la nostra reattività e sensibilità agli stress e in parte il nostro temperamento.

Se la regolazione emotiva non è… regolata

È facile intuire quanto sia importante una buona regolazione emotiva per il nostro benessere. In tutti i sensi, perché influenza non solo le nostre decisioni e relazioni ma anche, di conseguenza, la salute fisica. Non stupisce quindi neanche che la regolazione emotiva sia spesso al centro anche dell’attenzione medica. In effetti, è considerata un elemento transdiagnostico, un termine usato per indicare che è comune a molti quadri clinici diversi. Per esempio, vi sono studi sulla regolazione emotiva nell’ambito dei disturbi alimentari, del disturbo da gioco d’azzardo, nei disturbi da uso di sostanze, nei disturbi dello spettro autistico e molti altri.

La difficoltà a regolare le emozioni, o disregolazione emotiva, può manifestarsi in moltissimi modi. Ci può essere un’estrema impulsività di comportamento in risposta a determinate emozioni, oppure quella detta ruminazione, cioè il “rimanere incastrati” nei propri pensieri. Di fatto, anche questi sono elementi della regolazione emotiva, solo che si presentano come inefficaci e disfunzionali, e infatti tendono ad associarsi a sintomi di condizioni psichiatriche come la depressione e il disturbo da uso di sostanze.

Se la regolazione emotiva è così importante, e così presente in così tanti contesti psicopatologici, è logico sia anche al centro del trattamento. Non come unico focus, tanto più che appunto si parla di contesti diversi, spesso molto complessi, ma comunque come bersaglio importante che può essere affrontato con diverse strategie di psicoterapia (tra le più note e utilizzate vi è la terapia cognitivo-comportamentale, ma ne sono impiegate anche varie altre, comprese alcune che hanno al centro proprio la regolazione emotiva, come la terapia dialettico-comportamentale).

Imparare a regolare le proprie emozioni non significa stare sempre bene ma funzionare meglio: minimizzare le emozioni negative e il loro impatto, prendere decisioni più consapevoli, proteggere e rafforzare i rapporti con le altre persone e, in ultima analisi, tutelare anche la salute fisica. Perché non è un modo di dire: mente e corpo sono davvero strettamente intrecciati.

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