Preeclampsia

Cos’è la preeclampsia? Esistono test o esami di screening? Questa complicanza della gestazione può essere molto pericolosa: scopri di più su cause e cura nell’approfondimento
Redazione Kormed

Redazione Kormed

Redazione scientifica
Articolo revisionato dalla nostra redazione scientifica
12 Febbraio 2026

    La preeclampsia, anche detta gestosi, è una complicanza della gravidanza che può rappresentare un grave rischio sia per la madre sia per il figlio. A tutt’oggi, infatti, questa condizione rappresenta a livello globale un’importante causa di mortalità materna e perinatale, sebbene vi siano strategie efficaci per individuarla e trattarla, riducendo in modo significativo il rischio di complicanze potenzialmente letali.

    L’Organizzazione mondiale della sanità stima che la preeclampsia interessi, in tutto il mondo, dal 3 all’8% delle donne in gravidanza; si presenta di solito a partire dalla 20esima settimana di gestazione, soprattutto in prossimità del parto, e a volte nel periodo post partum.


    Sebbene le cause esatte della preeclampsia non siano nemmeno oggi del tutto note, questa condizione rappresenta un tipo di disturbo ipertensivo della gravidanza, caratterizzato da segni specifici che la distinguono da altre forme di ipertensione, e rappresenta a tutti gli effetti un’emergenza medica proprio per le possibili conseguenze negative che può avere per la donna e il feto.

    Quali sono le cause della preeclampsia?

    Sebbene la preeclampsia sia molto conosciuta nelle sue manifestazioni e nelle complicanze che può causare, le sue cause precise non sono del tutto chiare. Una delle teorie più accreditate suggerisce che il meccanismo alla sua base sia legato all’ischemia della placenta, cioè a un ridotto afflusso di sangue a quest’organo che consente lo scambio di ossigeno e nutrienti tra la donna e il feto. L’irrorazione sanguigna insufficiente (fin dall’inizio della gravidanza) innescherebbe infatti una serie di eventi che determinano il rilascio da parte della placenta di sostanze, come per esempio mediatori infiammatori e fattori che bloccano la formazione dei vasi sanguigni, che hanno un effetto tossico. Globalmente, questo porterebbe al danno all’endotelio dei vasi sanguigni, a una vasocostrizione generalizzata e alla perdita di proteine dai reni.

    Anche se questa ipotesi è generalmente accettata e supportata da alcuni studi e osservazioni, comunque, sono ancora molto limitate le conoscenze relative ai meccanismi alla base di questo processo. Sono noti invece alcuni fattori di rischio la cui presenza può aumentare la probabilità di sviluppare preeclampsia, in particolare:

    • essere alla prima gravidanza;
    • avere una gravidanza multipla (gemellare);
    • presenza di condizioni quali diabete, ipertensione, obesità o malattia renale;
    • avere una storia familiare o personale di preeclampsia.

    Anche se le cause precise della preeclampsia non sono del tutto note, sono ben conosciuti i fattori di rischio per questa complicanza della gestazione, che rappresenta un particolare tipo di disturbo ipertensivo della gravidanza.

    preeclampsia

    Quali sono i sintomi della preeclampsia?

    La preeclampsia si presenta di solito dalla 20esima settimana di gestazione o poco dopo il parto. Non sempre la preeclampsia si manifesta con segni e sintomi percepibili dalla donna e, anche quando presenti, questi possono variare tra una persona e l’altra. Dal punto di vista medico, comunque, si definisce preeclampsia un quadro caratterizzato dall’insorgenza di ipertensione associata a proteinuria (presenza di proteine nell’urina), e/o alterazioni della funzione renale o epatica o segni neurologici (per esempio mal di testa, visione offuscata o alterata), e/o ritardo nella crescita fetale. Possono inoltre presentarsi dolore nella porzione superiore dell’addome, nausea e vomito, mancanza di fiato e gonfiore a mani, volto e caviglie. Nelle manifestazioni più gravi, note anche come sindrome HELLP (Hemolysis, Elevated Liver enzymes, Low Platelets) si possono presentare anche emolisi (rottura dei globuli rossi), aumento degli enzimi epatici e trombocitopenia (bassi livelli di piastrine nel sangue).

    È importante ribadire che la preeclampsia può non essere percepibile e venire rilevata solo durante gli esami medici. Individuare questa condizione è però fondamentale per evitarne le complicanze, potenzialmente fatali sia per la donna sia per il feto. Per quest’ultimo, infatti, si possono verificare nascita prematura, basso peso alla nascita, limitazione della crescita fetale e distacco della placenta (un’emergenza ostetrica nella quale la placenta si separa prematuramente dall’utero, per cui il feto rimane privo di nutrienti e ossigeno). Per la madre, la preeclampsia può evolvere in eclampsia, con crisi epilettiche, e aumentare il rischio di ictus, infarto cardiaco, danno renale o alla retina e coma. Inoltre, aver avuto preeclampsia in una gravidanza significa avere maggiori probabilità che la condizione si ripresenti nelle successive.

    I principali segni della preeclampsia sono l’ipertensione e la proteinuria, ma possono associarsi anche altri sintomi e segni.

    Come si arriva alla diagnosi di preeclampsia?

    Le visite e gli esami prenatali periodici sono essenziali per la diagnosi tempestiva di preeclampsia, i cui segni e sintomi non sempre sono percepibili dalla donna. Durante i controlli di routine, il/la ginecologo/a monitora la pressione arteriosa della madre, così da rilevare un’eventuale ipertensione, e se necessario raccomanda l’esame delle urine per verificare la presenza di proteinuria. Inoltre, in caso di sospetta preeclampsia, possono essere eseguiti ulteriori esami per valutare la funzionalità renale e lo stato di salute e crescita del feto, nonché esami del sangue per valutare eventuali altre alterazioni. Sebbene gli esami biochimici e la misurazione della pressione rappresentino controlli fondamentali per la diagnosi di preeclampsia, in questo contesto rimane importante anche la valutazione clinica generale, che consente al medico sia di valutare la presenza di possibili segni indicativi (come il gonfiore a mani, volto, caviglie) sia di indagare la presenza di eventuali sintomi e fattori di rischio riportati dalla paziente. In presenza di questi ultimi possono essere raccomandate strategie di prevenzione già prima della 20esima settimana di gravidanza, il periodo dal quale comunemente si presenta la preeclampsia.

    Come si previene la preeclampsia?

    La prevenzione della preeclampsia si basa essenzialmente sulla riduzione dei fattori di rischio, dove possibile. In particolare, è importante la gestione di eventuali patologie preesistenti (diabete, ipertensione, obesità, quest’ultima con la riduzione del peso), sia con eventuali terapie farmacologiche se raccomandate sia con un corretto e sano stile di vita. In generale, inoltre, per le donne è sempre raccomandato mantenere un adeguato esercizio fisico, che aiuta a contenere l’aumento di peso in gravidanza e il rischio di disturbi ipertensivi. Anche una dieta sana ed equilibrata, come quella mediterranea, può avere un ruolo importante nella riduzione del rischio di sviluppare disturbi ipertensivi e altre condizioni associate alla gravidanza, come il diabete gestazionale. In generale, a questo riguardo, è importante  seguire sempre le raccomandazioni del/la proprio/a ginecologo/a.

    Inoltre, per le donne con fattori di rischio noti per la preeclampsia, il/la ginecologo/a può raccomandare una profilassi basata sull’assunzione di aspirina a basso dosaggio, da iniziare preferibilmente prima della 16esima settimana di gestazione. Questa strategia si è infatti dimostrata in grado di ridurre sia il rischio di sviluppare preeclampsia, sia il rischio di complicanze nel caso la condizione si presenti comunque. Nel contesto della prevenzione della preeclampsia, infine, può essere raccomandato un supplemento di calcio (in forma di integratori) per le donne a rischio di insufficiente apporto di questo elemento, che secondo alcuni studi può avere un ruolo protettivo nei confronti della preeclampsia. È comunque importante evidenziare che tale integrazione deve avvenire solo se vi è indicazione medica e non è necessaria a priori per tutte le donne in gravidanza. 

    Infine, è importante ricordare che lo stato di salute della donna deve essere monitorato anche nel periodo successivo al parto (la preeclampsia può infatti presentarsi anche post partum).

    Se una donna è ad alto rischio di preeclampsia, il/la ginecologo/a può raccomandare una profilassi basata sull’assunzione di aspirina a basso dosaggio.

     

    Qual è il trattamento della preeclampsia?

    La preeclampsia rappresenta un’emergenza medica che necessita di una valutazione immediata, perché il peggioramento può avvenire in poche ore con conseguenze anche letali per la donna e il feto. Il trattamento ha l’obiettivo di normalizzare la pressione arteriosa e prevenire le complicanze, in particolare le crisi epilettiche. A questo scopo, la cura si basa innanzitutto sulla somministrazione di solfato di magnesio, che agisce con vari meccanismi migliorando la perfusione cerebrale, prevenendo le crisi.

    Per la gestione della pressione arteriosa sono invece di somministrati farmaci antipertensivi, di norma beta-bloccanti, vasodilatatori, bloccanti dei canali del calcio o antagonisti alfa-2, tutti idonei anche all’assunzione in gravidanza perché non rischiano di danneggiare il feto, a discrezione del/la medico/a.

    Nell’ambito del trattamento della preeclampsia, comunque, è fondamentale anche una valutazione dello stato del feto. In effetti, il parto rappresenta l’unica cura per questa condizione (pur rimanendo necessario il monitoraggio nel periodo successivo, perché le crisi epilettiche della preesclampsia si possono verificare post partum). A seconda dei casi e dello stato di avanzamento della gravidanza, quindi, il parto (cesareo o vaginale) può essere necessario per evitare il rischio di complicanze; se la gestazione non è sufficientemente avanzata per garantire la sicurezza del neonato, però, diventa necessario un monitoraggio stretto e attento della gestante, che consenta di intervenire tempestivamente in caso di peggioramenti della condizione di preeclampsia.

    In generale, una donna con diagnosi di preeclampsia deve essere consapevole dei rischi della condizione e delle opzioni che si possono rendere necessarie, così da poter, con il supporto del team medico, fare scelte informate per la salute propria e del feto. 

    La preeclampsia si risolve di solito nell’arco di qualche giorno o al massimo settimana dopo il parto; durante questo periodo rimane fondamentale seguire il trattamento indicato e sottoporsi ai controlli di follow up.

     

    Redazione Kormed

    Redazione Kormed

    Redazione scientifica

    L’attività redazionale di Kormed si basa su un approccio rigoroso e responsabile alla divulgazione scientifica, con l’obiettivo di offrire contenuti che siano clinicamente accurati e accessibili. Grazie al supporto di un pool di esperti, tra cui medici, biologi e professionisti del settore, specializzati in comunicazione medica, sviluppiamo testi che riflettono l’attualità delle conoscenze scientifiche…Leggi di più